Nello Musumeci: Protezione civile, la riforma passa dalla prevenzione
Dalle aree interne al dissesto idrogeologico, dalla formazione dei Volontari alla governance tra Stato e Regioni: il Ministro illustra le priorità per un sistema più moderno, omogeneo ed efficace
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Signor Ministro, le aree interne rappresentano la spina dorsale idrogeologica del Paese ma scontano un isolamento amministrativo ed economico cronico. Quali criteri oggettivi guideranno la ripartizione dei fondi per la messa in sicurezza, per evitare che i territori più fragili e meno popolati siano penalizzati rispetto alle grandi aree metropolitane?
La salvaguardia di quei territori, fragili e travagliati da un costante spopolamento, passa da una costante attività di prevenzione. Abbiamo stanziato i primi 200 milioni di euro per la prevenzione antisismica nelle aree interne, con l’obiettivo di ridurre la loro esposizione al rischio terremoto con l’adeguamento delle infrastrutture pubbliche strategiche. Sono complessivamente 821 le domande pervenute al nostro Dipartimento Casa Italia, che si occupa di prevenzione strutturale, nell’ambito di una procedura rivolta alle Regioni, ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane, alle Unioni di Comuni e alle Comunità montane nelle zone sismiche 1 e 2. Gli interventi riguardano tre categorie: edifici pubblici, opere d’arte stradali ed elisuperfici. In particolare, sono previsti 100 milioni di euro per gli edifici pubblici della categoria A, 10 milioni per le elisuperfici pubbliche della categoria B e 90 milioni per le opere d’arte stradali della categoria C. Si apre ora la fase di valutazione delle istanze da parte delle Commissioni competenti, chiamate a verificare la completezza e la correttezza della documentazione, a effettuare la valutazione tecnica dei progetti e predisporre le graduatorie per le diverse categorie di intervento.

Il Sistema Italia storicamente spende molto di più per riparare i danni che per prevenirli. In che modo si intende istituzionalizzare una programmazione pluriennale di manutenzione ordinaria del territorio, superando una volta per tutte la logica della gestione straordinaria post-evento?
L’Italia non ha ancora adottato la prevenzione in modo sistemico e si continua troppo spesso a ragionare in un’ottica emergenziale. Quando dico l’Italia non mi riferisco al governo centrale, ma a tutte le articolazioni pubbliche, dai Comuni alle Province, dalle Città metropolitane alle Regioni, allo Stato. È un limite culturale che noi italiani ci portiamo dietro da sempre. E buona parte della stampa, purtroppo, non fa tanto per stimolare e formare una diversa e più responsabile consapevolezza. Occorre invece spostare stabilmente l’attenzione dalla ricostruzione alla prevenzione. Per quanto riguarda il governo Meloni, abbiamo già finanziato e avviato programmi nazionali per la prevenzione sismica in alcune zone del territorio nazionale (è il caso delle isole minori marine e delle aree interne); nell’ambito del rafforzamento delle politiche per il contrasto al dissesto idrogeologico e del potenziamento del ruolo delle Autorità di bacino, ho sottoscritto con il Presidente del Consiglio dei ministri un Accordo per la Coesione finanziato con risorse FSC 2021-2027, volto alla definizione di un Piano nazionale di interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico. È inoltre in corso di istruttoria governativa apposito provvedimento normativo ordinamentale teso a dotare l’ordinamento di un Piano nazionale, da elaborare con il concorso delle Autorità di Bacino Distrettuali, avente ad oggetto interventi di maggiore rilevanza sul piano strategico nelle azioni di contrasto del dissesto idrogeologico. Si tratta di un ulteriore tassello che abbiamo voluto aggiungere per rafforzare la cultura della prevenzione strutturale.
La modifica del Titolo V della Costituzione ha inserito la Protezione civile tra le materie di legislazione concorrente. A distanza di venticinque anni, qual è il bilancio reale di questa scelta? Questa frammentazione ha snellito le procedure sul campo o ha finito per creare venti sistemi regionali diversi, asimmetrici e spesso non comunicanti?
Il modello italiano è policentrico: tutte le strutture devono sapere, prima dell’emergenza, chi fa cosa. Questo assetto ha rappresentato una svolta importante, ma funziona solo se esiste una regia chiara e se le procedure restano omogenee.
Il Ddl delega per la riforma e l’aggiornamento del Codice di Protezione civile che ho voluto proporre, approvato dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento, prevede tra i suoi obiettivi principali il potenziamento della prevenzione, della formazione e della comunicazione, oltre allo snellimento delle procedure emergenziali.
Stiamo predisponendo il decreto legislativo attuativo di tali principi e criteri direttivi. Ritengo inoltre che i sistemi regionali debbano dialogare tra loro e percepire una presenza costante ed efficace dello Stato, che non può essere considerato soltanto un erogatore di risorse. Occorre accompagnare i dipartimenti regionali sul territorio e, laddove non riescano a raggiungere gli obiettivi prefissati, lo Stato deve sostenerli in base al principio di sussidiarietà. Nei casi di grave inadempienza, invece, deve poter esercitare i poteri sostitutivi previsti dall’ordinamento.

Per garantire che la sicurezza e l’efficacia dei soccorsi non dipendano dal “codice postale” dei cittadini, il Governo ha intenzione di definire dei Livelli Essenziali delle Prestazioni della protezione civile validi da Nord a Sud, superando una volta per tutte le disparità di risorse e di standard organizzativi tra le singole Regioni?
Ritengo che la sicurezza dei cittadini debba essere garantita ovunque, all’interno di una cornice nazionale comune. Il punto non è ridurre il ruolo delle Regioni, ma assicurare procedure condivise, standard omogenei e capacità operative coerenti su tutto il territorio nazionale. Per questo tutte le Regioni, e in particolare quelle che presentano maggiori difficoltà, devono essere messe nelle condizioni di garantire questi requisiti essenziali. Ciò detto, è chiaro che la tutela della vita e della sicurezza dei cittadini non può che essere un preciso dovere dello Stato. Tali esigenze sono salvaguardate anche dagli schemi di intesa preliminare relativi all’autonomia differenziata, per quanto di interesse per la materia della protezione civile. Tali schemi, con particolare riferimento ai poteri di ordinanza regionale, impongono comunque sia il rispetto delle disposizioni penali, delle disposizioni del codice delle leggi antimafia, dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione europea, sia delle disposizioni del codice della protezione civile, che definiscono lo standard di tutela da garantire sull’intero territorio nazionale. Standard di tutela, per l’effetto, salvaguardato anche per le emergenze di solo rilievo regionale.
Signor Ministro, il meccanismo nato dalla riforma del Titolo V evidenzia un paradosso operativo ed economico: la gestione diretta dell’emergenza e la prima programmazione sono in mano alle singole Regioni, ma non appena la calamità colpisce il territorio, queste si rivolgono inevitabilmente allo Stato per chiedere i fondi straordinari necessari a coprire i costi dei soccorsi e dei primi interventi. Come si supera questo cortocircuito istituzionale, in cui la responsabilità politica e legislativa è parcellizzata sui territori ma l’onere finanziario finale ricade interamente sulle casse centrali dello Stato?
È evidente che diversi meccanismi debbano essere rivisti. Assistiamo, ad esempio, a un ricorso eccessivo alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, che comporta un quadro normativo derogatorio e maggiori risorse. Ma uno stato di emergenza non può protrarsi per molti anni, come ho riscontrato in alcuni casi. Altrimenti vivremo in una eterna emergenza. Su questo tema sono stato perentorio e determinato: l’emergenza dura al massimo due anni. Nella riforma del Codice, proponiamo di ridurla ad un anno. Allo stesso tempo, non è tollerabile pensare che il Governo serva soltanto a erogare risorse. Sarebbe auspicabile che anche le Regioni destinassero nei loro bilanci qualche risorsa in più alla Protezione civile. Conosco bene le loro ristrettezze. E per questo abbiamo cominciato ad alimentare l’apposito capitolo del dipartimento destinato alle realtà regionali. Mi riferisco alla legge di bilancio per l’anno 2026, che ha permesso di finanziare a regime il Fondo regionale di protezione civile, avente tra le proprie finalità il potenziamento del sistema di protezione civile delle regioni e degli enti locali nonché il concorso agli interventi diretti a fronteggiare esigenze urgenti conseguenti alle emergenze regionali. Nel passato è mancata la necessaria attenzione. Occorre concordare interventi, criteri e priorità in una logica di collaborazione costante, e non soltanto quando si verifica una calamità. Del resto, è ormai evidente che non sia più possibile coprire integralmente ogni danno. Anche per questo abbiamo introdotto l’obbligo per le imprese di stipulare polizze catastrofali e stiamo lavorando per diffondere una cultura assicurativa volontaria anche tra le famiglie.

Il sistema nazionale si regge sulla spinta del volontariato, ma l’evoluzione dei rischi e i nuovi obblighi normativi impongono competenze sempre più avanzate. Come si intende uniformare a livello nazionale i percorsi di formazione di base e, soprattutto, finanziare le specializzazioni tecniche e la sorveglianza sanitaria senza scaricare questi costi insostenibili sulle spalle delle organizzazioni?
Il volontariato di Protezione civile rappresenta un valore essenziale e trasversale dell’intero Sistema nazionale. Nel testo di riforma e aggiornamento del Codice di protezione civile puntiamo a sostenere la specializzazione del personale e a rafforzare la capacità di risposta del Sistema nazionale. In tale direzione va anche l’intervento normativo operato lo scorso anno, con il decreto-legge n. 159, che ha definito uno speciale regime operante per le attività di formazione, informazione, addestramento e controllo sanitario nell’ambito delle organizzazioni di volontariato della protezione civile. Sono convinto che un volontario ben formato sia una risorsa indispensabile, mentre un volontario non adeguatamente preparato può diventare un problema per sé stesso e per gli altri.
Per questo lo Stato ha il dovere di verificare che la formazione, affidata com’è noto alle Regioni, venga effettivamente garantita. Nel caso in cui, invece, dovessero esserci dei problemi legati alla capacità autonoma delle Regioni, dovremo operare in soccorso.

Le Associazioni VAB (Vigilanza Antincendio Boschivo) rappresentano una realtà d’eccellenza nella lotta agli incendi boschivi, eppure la loro presenza strutturata si ferma a 11 Regioni su 20. Perché lo Stato non ne favorisce un’espansione e un’integrazione omogenea su tutto il territorio nazionale?
Purtroppo il divario tra Nord e Sud è evidente anche in questo settore: nel Mezzogiorno i distaccamenti dei Vigili del fuoco volontari non sono sufficienti. Parliamo di donne e uomini che rappresentano un prezioso supporto ai Vigili del fuoco permanenti e che svolgono un lavoro fondamentale.
Occorre cambiare approccio e investire maggiormente, lo ripeto, sulla prevenzione e sull’informazione. Dobbiamo convincere gli agricoltori, ad esempio, a realizzare i viali tagliafuoco nelle proprie campagne, raccomandare ai sindaci di vigilare sulle inadempienze dei privati e i cittadini a segnalare immediatamente ogni principio di incendio. Non dobbiamo dimenticare che circa il 90 per cento dei roghi è causato dall’uomo. Gli incendi estivi sono un nemico subdolo e solo attraverso una prevenzione attenta e una rete efficace tra tutti i soggetti coinvolti, pubblici e privati, sarà possibile ridurne gli effetti devastanti. Peraltro, con gli strumenti sofisticati messi a disposizione dalla tecnologia avanzata, diventa più semplice intercettare i focolai e dare l’allarme.
Per svolgere un servizio pubblico essenziale a titolo completamente gratuito, i volontari dell’antincendio boschivo devono spesso pagarsi di tasca propria le visite mediche necessarie a ottenere l’idoneità fisica alle mansioni. Non ritiene inaccettabile questa barriera economica per chi mette a rischio la propria vita per la comunità? Esiste la volontà politica di introdurre la totale gratuità di questi protocolli sanitari attraverso il Servizio Sanitario Nazionale?
Sul tema del controllo sanitario dei volontari di protezione civile siamo intervenuti con il decreto legge n. 159 del 2025, prevedendo che tale controllo possa essere assicurato dalle componenti mediche interne delle organizzazioni, ove presenti, mediante accordi tra organizzazioni o dalle strutture del Servizio sanitario nazionale pubbliche o private accreditate. La sorveglianza sanitaria per i volontari, a valere sulle rispettive disponibilità di bilancio, è assicurata: dalle Regioni e Province Autonome dove ha sede l’organizzazione di appartenenza; dal Dipartimento nazionale della Protezione Civile per i volontari appartenenti alle strutture di coordinamento centrale delle organizzazioni di volontariato di protezione civile di rilievo nazionale; dalla Croce Rossa Italiana e dal Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, per i volontari appartenenti alle rispettive organizzazioni. Il Dipartimento della protezione civile e le Regioni e le Province Autonome, in ogni caso, possono stipulare convenzioni con la Croce Rossa Italiana e il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico per concorrere alla copertura dei costi di sorveglianza sanitaria. Siamo in presenza di un modello virtuoso, fondato sul concorso del contributo statale, meritevole di essere considerato per ogni contesto operativo in cui è inserito il volontariato organizzato, impegnato in attività a beneficio diretto della comunità territoriale di riferimento.

I corsi di formazione certificati per il brevetto di “alto rischio” nell’antincendio boschivo hanno raggiunto costi di mercato proibitivi per molte sezioni locali. Se la sicurezza e l’addestramento avanzato sono requisiti di legge inderogabili, anche alla luce dei severi obblighi introdotti dalla recente Legge 198/2025, in che modo si intende intervenire per coprire interamente queste spese o per calmierare le tariffe dei percorsi formativi avanzati a livello nazionale?
Il Codice della Protezione civile ci consegna un modello di intervento, che assicura un concorso pubblico anche per gli oneri relativi alle attività di formazione: per promuovere la crescita qualitativa del volontariato di protezione civile, si assegna infatti al Dipartimento nazionale della protezione civile la competenza a concedere al volontariato organizzato, nei limiti degli stanziamenti disponibili, contributi finalizzati alla realizzazione di progetti per il miglioramento della preparazione, che includono pratiche di addestramento e attività di formazione. È, dunque, importante destinare risorse stabili per il potenziamento del sistema di protezione civile, da realizzare anche investendo, sul piano finanziario, nella formazione del nostro volontariato organizzato.
