Editoriale Maggio 2026

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Nota Editoriale

Care lettrici e cari lettori,
a farci vivere un momento di apprensione in questo scorcio di fine maggio è il caldo. Un caldo atipico a maggio, con i suoi bollini rossi mai registrati fino ad ora nel nostro Paese, ma anche in Francia e nel Regno Unito da quando esistono registrazioni ufficiali delle temperature. Valori che ci fanno presagire un’estate problematica dal punto di vista della disponibilità di risorse idriche e, soprattutto, un possibile aumentato rischio di incendi boschivi.

D’altronde alcuni segnali sono già evidenti, come il più rapido scioglimento delle nevi che continua a mostrare un’accelerazione costante, provocando effetti severi sull’Artico, sulla Groenlandia e sull’ecosistema alpino. E poi c’è l’incremento del numero di incendi boschivi. Stando all’aggiornamento al 4 maggio emanato da EFFIS, il Sistema europeo d’informazione sugli incendi boschivi, in Italia dal 1° gennaio sono stati rilevati 340 grandi incendi, che hanno interessato una superficie complessiva coperta da vegetazione di 3900 ettari di cui 1900 costituita da preziosi ecosistemi forestali. Ma è dall’inizio di aprile che, secondo l’elaborazione di Ispra, si è registrato un incremento progressivo, con un picco corrispondente all’evento di fine aprile/inizio maggio al Monte Faeta, tra le province di Lucca e Pisa.

Quello che più preoccupa non è solo il numero crescente di incendi, anche se a una maggiore preparazione, conseguita dai vari sistemi regionali sia dal punto di vista della prevenzione che della lotta attiva agli incendi, dovrebbe corrispondere una diminuzione dei fenomeni e una minore invasività, ma è l’estensione dell’arco temporale in cui si sviluppano. In un contesto climatico in rapida evoluzione, se convenzionalmente la data del 15 giugno segnava l’inizio della campagna AIB, con l’eccezione della Sicilia dove ormai da due anni l’inizio è stato anticipato, dovremo forse pensare di anticiparla anche in altri territori, dove maggiore si è rivelato il rischio. E devono aumentare le risorse da investire in prevenzione e preparazione, perché se è vero che anche se smettessimo di introdurre in atmosfera la CO2 prodotta da energie fossili, i fenomeni avversi sono destinati a perdurare negli anni a venire. Dunque, occorre agire principalmente sul fronte della prevenzione e sulla mitigazione dell’impatto degli eventi, in sostanza sulla resilienza delle comunità.

Per quanto riguarda le risorse idriche, sempre più scarse sebbene in modo disomogeneo sul territorio, è chiaro che sussiste un problema di eccessivo frazionamento delle responsabilità che hanno finora impedito la nascita di un grande progetto nazionale di razionalizzazione del sistema. Le piogge “scomposte”, talora scarse e talora talmente abbondanti e localizzate da provocare fenomeni alluvionali ed esondazioni, non aiutano l’efficace gestione. Occorre quindi mettere al centro del dibattito il tema dell’approccio integrato alla governance delle risorse idriche, attraverso il confronto strutturato tra ministeri competenti, Autorità di bacino distrettuali, Regioni, comunità scientifica e stakeholder.

C’è poi la cronica malattia del nostro territorio, che si chiama dissesto idrogeologico, certamente aggravato dai fenomeni appena descritti. E su questo forse dovremo attendere ancora un po’, sebbene recentemente il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, nell’annunciare lo sblocco delle risorse per la messa in sicurezza di Niscemi, una tranche da 150 milioni, ha anche assicurato sul fatto che il governo sta lavorando a un piano nazionale contro il dissesto. Speriamo di poterne presto salutare il varo e, soprattutto, apprezzarne le prime applicazioni e gli sviluppi.

Nell’angolo dei saluti, diamo il benvenuto al nuovo direttore dell’Ufficio Volontariato del Dipartimento della Protezione Civile Civile, Mauro Casinghini, e al nuovo responsabile della Protezione civile del Piemonte, Daniele Caffarengo.
A loro i migliori auguri di buon lavoro.

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