Editoriale Aprile 2026
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Care lettrici e cari lettori, parliamo ancora di frane. Ci costringe l’attualità, perché dopo Niscemi c’è stata un’altra frana, stavolta a Petacciato, in Molise; ancora una volta una frana conosciuta, che ogni tanto si risveglia, lo fa per pochi giorni e poi torna quiescente. Ma rappresenta una minaccia costante, punta di un iceberg di un fenomeno purtroppo esteso a quasi tutta la regione. Ma possiamo tranquillamente allargare i confini del rischio a tutta l’Italia, dove il dissesto idrogeologico sta toccando livelli di criticità del tutto inediti nella loro frequenza e distruttività.
Ci costringe a parlarne anche quel ritratto impietoso tracciato dall’Ance, l’Associazione Nazionale
Costruttori Edili, in un recente convegno in cui ha presentato il Rapporto annuale sul rischio stilato con il Cresme. Dove si parla di “un’emergenza cronica” a proposito dello stato in cui versa il nostro Paese dal punto di vista del dissesto, nonchè della nostra scarsa propensione ad affrontare il problema con opere di prevenzione. Secondo il Rapporto, in soli 3 mesi quest’anno oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro sono stati già previsti per affrontare le emergenze derivanti dagli eventi alluvionali nel Centro-Sud Italia, tra cui il ciclone Harry e la frana a Niscemi, “una cifra ingente”, sediscondo il Rapporto, “che supera i 933 milioni stanziati con la Legge di bilancio per affrontare le emergenze
in tutto il 2026”.

E per il triennio 2027-2029, i fondi previsti per le ricostruzioni postcalamità, appena licenziati dal governo e resi noti dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, ammontano a 4 miliardi, di cui 1 miliardo e mezzo per il primo anno e 1 miliardo e 300 milioni per ciascuno dei due anni successivi. Gli stanziamenti, ha spiegato il ministro, riguardano interventi vecchi e nuovi, a partire dai sismi de L’Aquila del 2009, dell’Emilia-Romagna (2012), del Centro Italia (2016), di Ischia (2017), del Molise e dell’Area Etnea (2018), di Ancona (2022) e Umbertide (2023), per l’alluvione del 2023 in Emilia-Romagna, Toscana e Marche, e per il recente ciclone Harry che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria. Ma ci saranno anche fondi per ultimare ricostruzioni ben più “vecchie”, come per il terremoto del Belice del lontano 1968. Purtroppo i danni dei vari periodi si sommano e se il trend in crescita delle catastrofi si conferma, come previsto dagli esperti, come si potrà far fronte in futuro alle spese “monstre” che ci aspettano?

E se il conto può essere in piccola parte mitigato grazie alla recente legge che obbliga le imprese a sottoscrivere polizze anticatastrofali, per quanto riguarda i privati la strada appare ancora lunga.
Solo da pochi anni, le compagnie assicurative hanno cominciato a offrire una particolare copertura destinata ad assicurare le case dei privati in caso di eventi catastrofali, in particolare per i danni
come quelli causati da terremoto, alluvione, inondazione, allagamento e bomba d’acqua, ma la sua diffusione è ancora scarsissima, se pensiamo che nonostante l’alto rischio del territorio, solo il 6% delle abitazioni private in Italia è coperto da polizze contro le calamità naturali. Diversa è la situazione in altri Paesi. In Francia, ad esempio, la quasi totalità dei privati è protetta dal rischio catastrofale, mentre la copertura in Germania si aggira attorno al 50-52% degli edifici residenziali, contro una copertura media europea di appena il 25%. Evidentemente, siamo ancora ben lontani da questi risultati, mentre occorrerebbe incentivare in ogni modo il ricorso a questi strumenti di salvaguardia, avendo ben presente che negli ultimi 50 anni in Italia gli eventi naturali estremi hanno causato 253 miliardi di
euro di danni diretti (il 30% del totale europeo) e che, in assenza di interventi di prevenzione, nei prossimi 50 anni i danni stimati potranno raddoppiare. E allora, che fare? La risposta è tanto scontata quanto sinora purtroppo disattesa: occorre accelerare sulla prevenzione. Sempre più questa appare come l’unica strada percorribile se non si vuole incorrere nel pericolo di un conto sempre più salato, non solo in termini economici, ma anche di perdite di vite umane.