Il ruolo degli animali secondo la Psicologia dell’Emergenza e il Codice della Protezione civile
Gli animali da affezione possono giocare un ruolo significativo nel supporto emotivo e psicologico delle persone colpite da eventi traumatici, poiché, in situazioni eccezionali, la loro presenza può ridurre lo stress, l'ansia e la solitudine, offrendo conforto e un senso di normalità
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In caso di catastrofi naturali, ma anche in altre situazioni di emergenza, i possessori di animali d’affezione, specie cani e gatti, potrebbero adottare comportamenti che potenzialmente mettono a rischio la loro stessa vita o quella di altre persone. Molte ricerche confermano questo dato; infatti, chi possiede animali è più riluttante a rispondere a un ordine di evacuazione e spesso è più propenso a tornare indietro nel tentativo di portarli in salvo pur rischiando di mettersi in pericolo. Uno studio effettuato sui comportamenti delle persone in questi casi conferma che, in situazioni di pericolo, più dell’80 per cento dei possessori di animali rischierebbe la propria vita per salvarli. Ci sono testimonianze di soccorritori che raccontano che tra le richieste delle persone alluvionate che avevano perso tutto c’era quella di avere cibo e cure veterinarie per cani e gatti. E ancora, persone il cui primo pensiero è stato quello di mettere in salvo i gattini che una gatta selvatica aveva partorito nel loro capanno degli attrezzi. Ma ci sono moltissimi casi che si potrebbero citare.

Da fattore rischio a fattore positivo
Dal momento che ad oggi moltissime persone possiedono un animale domestico, si può argomentare che può essere rischioso non inserire questo aspetto nei piani di emergenza. Avere linee guida stabilite, riduce il rischio e i tempi di intervento, ponendo quindi l’attenzione sul rischio derivante dal possedere un animale, e, quindi, di non aiutare i proprietari a salvare se stessi e i loro pet.
Proprio la forza del legame con il proprio animale, può essere quindi un aspetto su cui concentrarsi per motivare le persone ad adottare comportamenti adeguati, favorendo così, in situazioni di emergenza, una maggior collaborazione con i soccorritori, a partire dalla scelta dei canali e delle modalità di comunicazione da utilizzare per diffondere le informazioni necessarie. Per esempio, diffondere in maniera separata informazioni riguardanti la sicurezza delle persone e la sicurezza degli animali, può non essere così efficace. Potrebbe essere più utile integrare i due messaggi, trattando l’essere umano e il suo animale come qualcosa di inseparabile e utilizzando, dunque, proprio la forza di questo legame sia in un’ottica di salute che di sicurezza. Il mezzo di comunicazione potrebbe assumere poi altre funzioni e non esclusivamente quella di diffondere informazioni, ma anche costituire una sorta di piattaforma attraverso la quale queste persone comunicano tra di loro, condividendo e sviluppando un senso di maggior coesione e quindi di collaborazione reciproca. Si tratta di una risposta basata sulla relazione uomo/animale, da sempre riconosciuta come fonte di effetti positivi sugli individui,sulla società e sul genere umano in generale.

La forza terapeutica del pet
Gli animali non sono meno importanti nella fase di post emergenza e di ricostruzione, anche per l’impatto che la loro perdita può avere sulle persone. L’impatto emotivo causato dalla perdita di una persona cara è ampiamente riconosciuto, ma anche la perdita di un animale può causare molto dolore e, se l’animale muore proprio durante un evento traumatico come un disastro naturale, l’impatto sul suo proprietario può essere travolgente.
Inoltre, il fatto di essere stati magari costretti ad abbandonarlo o di non aver preso le necessarie misure di precauzione, può aumentare il livello di stress conseguente all’evento. Le persone possono sperimentare profondo senso di colpa rispetto a ciò che provano, perché il dolore per la perdita di un animale non è riconosciuto a livello socio-culturale così come il dolore che deriva dalla perdita di un essere umano. Ciò è valido non solo per chi possiede animali da compagnia come cani o gatti, ma anche per gli agricoltori o gli allevatori, che possono sperimentare molta sofferenza per la perdita del loro bestiame, al di là del danno economico. Occorre inoltre ricordare che gli animali domestici ricoprono spesso un ruolo di particolare importanza proprio per quelle categorie di persone ritenute più vulnerabili e che lo diventano ancora di più in situazioni di emergenza, come i bambini, gli anziani, le persone disabili, le persone con problemi di salute mentale. E’ riconosciuto che gli animali domestici possono contribuire positivamente al benessere di queste persone, perché offrono compagnia, sicurezza, danno assistenza pratica (specie nelle persone con disabilità), aiutano a limitare il senso di solitudine e di isolamento.
Non sorprende quindi che di fronte a fenomeni come, per esempio, una catastrofe naturale, la percezione e le reazioni di queste persone possano venire influenzate dalla qualità del rapporto con i
loro animali. L’animale può essere di aiuto in molte circostanze, per esempio può mettere in allerta la persona anziana se sente suonare la sirena di allarme, oppure può ricoprire un ruolo importante nella decisione di una persona anziana di evacuare la sua casa, se le viene data la possibilità di portarlo con sé. Per contro, separarsene può aumentare il livello di ansia, e la sua eventuale perdita può incrementare il rischio do disturbi da stress e aumentare il rischio di isolamento sociale, soprattutto per le persone vulnerabili.
Il prendersi cura degli animali in situazioni di emergenza non può certamente avere la precedenza sul prendersi cura delle persone, ma per molte persone può facilitare il prendersi cura della propria sicurezza personale.
Anche se per qualcuno “si tratta solo di animali”, l’importanza che il singolo attribuisce al suo animale costituisce un elemento cruciale che necessita di essere compreso a fondo, per poterne gestire nel miglior modo possibile le eventuali reazioni in situazioni di emergenza.
Lavorare su questo tema può rappresentare un’importante occasione di collaborazione tra gli organi ufficiali che si occupano della gestione delle emergenze e le organizzazioni che si occupano della tutela degli animali, condividendo principi, obiettivi e strategie.
Tutto ciò significa confermare quanto sia rilevante l’impatto che gli animali, e in particolare modo il cane, hanno sull’essere umano, con effetti positivi a livello fisiologico e psicosociale. Ricordiamo che l’utilizzo del cane a fini terapeutici risale al tempo degli Egizi, dei Greci e dei Romani.
Le novità contenute nel Codice della Protezione Civile
Il Decreto 1 del 2 gen. 2018, Codice della Protezione Civile, riorganizza e semplifica il quadro normativo raccogliendo in un testo unico le diverse disposizioni relative alla protezione civile e alle sue varie componenti che intervengono durante emergenze e catastrofi. Si richiamano qui solo alcuni articoli fondamentali che sono stati integrati dal legislatore.
Articolo 1 (Definizione e finalità del Servizio nazionale della protezione civile)
Il Servizio nazionale della protezione civile, di seguito Servizio nazionale, definito di pubblica utilità, è il sistema che esercita la funzione di protezione civile costituita dall’insieme delle competenze e delle attività volte a tutelare la vita, l’integrità fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l’ambiente dai danni o
dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo.
Articolo 2 comma 6 (Attività di protezione civile)
La gestione dell’emergenza consiste nell’insieme, integrato e coordinato, delle misure e degli interventi diretti ad assicurare il soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite dagli eventi calamitosi e agli animali e la riduzione del relativo impatto, anche mediante la realizzazione di interventi indifferibili e urgenti ed il ricorso a procedure semplificate, e la relativa attività di informazione alla popolazione. Riconfermato anche nel nuovo testo il concorso della professione veterinaria alle attività di protezione civile, anche tramite gli Ordini e il rispettivo Consiglio nazionale, e attraverso la presenza veterinaria anche in componenti, enti, istituti e agenzie nazionali che svolgono funzioni in materia di protezione civile.
Se da una parte vi è una riconferma del ruolo e della validità della professione veterinaria pubblica e privata, il decreto 1 invita comunque a fare riflessioni per potere migliorare le capacità di risposta in un mondo che evolve rapidamente in termini di variazioni climatiche e soprattutto di eventi estremi avversi, che si sommano a drammatici ricorrenti fenomeni calamitosi che colpiscono il nostro paese in modo più o meno esteso.

Fasi della gestione del ciclo del disastro
Per comprendere l’importanza delle indicazioni fornite dal WOAH (World Organisation for Animal Health – Organizzazione Mondiale della sanità animale) è utile evidenziare che anche in Italia le azioni si concentrano quasi in via esclusiva sulla risposta, ma una gestione efficace del disastro deve includere tutte e quattro le fasi del DMC (Disaster Management Cycle) che comprendono: mitigazione e prevenzione, preparazione, risposta e recupero.
L’evidenza è rappresentata dal fatto che le azioni, anche in termini non epidemici nell’abituale campo d’azione dei servizi veterinari pubblici, e la prevenzione, sono decisive per affrontare e superare con successo gli eventi calamitosi.
Tali azioni si attuano nel fornire un contributo attivo alla pianificazione d’emergenza sviluppata ad ogni livello istituzionale, dal nazionale al comunale, rendendo congrui e compatibili i propri piani interni d’emergenza, che devono essere sviluppati per operare correttamente nei centri operativi attivati nel corso delle emergenze.
L’operazione non è tuttavia facile considerando che raramente i Servizi veterinari vengono coinvolti da parte degli Enti preposti alla stesura dei Piani d’Emergenza. Pertanto, l’analisi del rischio in termini veterinari che, sin dall’origine della stesura dei documenti, è alla base della pianificazione non viene fatta, o non viene effettuata correttamente, in quanto realizzata da soggetti non competenti. Tale situazione si verifica peraltro anche per l’oggettiva mancanza di formazione di base e specialistica dei veterinari sin dall’Università, compresi i corsi di studi post laurea, in cui non è previsto alcun insegnamento relativo alle emergenze non epidemiche e le conoscenze, e quindi le competenze, vengono il più delle volte e con evidenti limiti, legate alle esperienze acquisite direttamente sul campo in caso di richiesta di intervento.
Conclusioni
In conclusione possiamo sostenere che l’animale d’affezione ricopre un ruolo importante nella gestione del soccorso, rendendolo più o meno efficace/difficoltoso nell’immediato. Si accolgono con favore le integrazioni normative del decreto 1/2018, anche perché rafforzano gli obiettivi per la gestione delle emergenze non epidemiche, da sempre compito dei servizi veterinari.
Inoltre, il nuovo codice introduce in modo esplicito tra le finalità e le attività da svolgere le azioni di soccorso e di assistenza degli animali colpiti da eventi derivanti da fenomeni naturali o da attività umane (le cosiddette “emergenze non epidemiche”).
Crediamo invece sia indispensabile cogliere l’opportunità che l’applicazione della norma ai vari livelli può rappresentare per l’intera classe veterinaria, un’occasione per acquisire nuove capacità professionali
ed essere in grado di fornire una risposta valida e in linea con i tempi durante le emergenze non epidemiche, contribuendo a realizzare una società resiliente.